giovedì 11 maggio 2017

Un mese di libri, aprile mitico

Caro Diario,
  aprile segna l'inizio di un periodo intenso e stancante.
  Per questo mi butto sui libri e la prima cosa che faccio ogni giorno è identica all'ultima cosa che faccio ogni giorno: leggo. Per fortuna lascio il libro di turno sul comodino, altrimenti al lavoro sarei  di continuo tentata.

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  Inizio e finisco La signora di Avalon di Mary Zimmer Bradley. È un libro ponte, tra Le querce di Albion e Le nebbie di Avalon, e non mi fa impazzire. Leggo quasi tutti i suoi libri e, tra tutti, mi piace davvero solo uno: La torcia. Mi annoiano lo stile, la monotonia (alla fin fine, scrive sempre delle stesse cose), il pessimismo, la triste traduzione; eppure, ogni tanto la leggo. Forse per i mondi che evoca? Può darsi. Ma aspetterò un po' prima di leggere l'ultimo libro della trilogia.

  Dopo tanti anni d'attesa, infine eccolo: L'epopea di Gilgamesh a cura di Nancy Katharine Sandars. L'autrice è un'archeologa preistorica e in questo piccolo librino racchiude anni di ricerche, scoperte, interpretazioni, sogni e poesia. Narra la storia del più antico eroe conosciuto, Gilgamesh, re di Uruk "che conobbe i paesi del mondo", per due terzi dio e un terzo uomo. Gilgamesh, esuberante e pieno di vita, teme solo una cosa: la morte. Perciò vaga fino ai confini del mondo per scoprire il segreto dell'immortalità. Ma l'immortalità è una prerogativa divina, gli dicono, e a Gilgamesh non resta che tornare a casa sconfitto, con meno esuberanza e più saggezza. Ora sa che lo scopo di ogni persona è fare ciò per cui si è nati, nel miglior modo possibile.
Quanta verità! I Sumeri ne sapevano più di noi.

  Mi prestano i libri del ciclo Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo di Rick Riordan e con somma felicità mi ci tuffo. Sono libri per ragazzi curati in ogni dettaglio: belle trame, bei personaggi, bel coinvolgimento, bei titoli (stravedo per i titoli dei capitoli!), bello tutto. Complimenti all'autore (e al curatore) per l'ottima idea di unire due passioni (la mitologia e la scrittura) e tanto divertimento.

mercoledì 26 aprile 2017

Che visione monoculare!

Caro  Diario,
  il momento è giunto.
  Sono miopissima con una spruzzata di astigmatismo da sempre. Da sempre credo che da anziana la mia miopia rallenterà di pari passo con l'accelerata della presbiopia. In poche parole, il corto s'allungherà e vedrò finalmente bene. Ridendo come una matta e facendomi beffe degli altri anziani dalle braccia troppo brevi.
  Balle. Sono solo leggende metropolitane.

  Tanto per iniziare a 40+ non sono anziana. Sono un'ex QQ, fiera e (quasi) rassegnata.
  Per continuare, la presbiopia avanza, ma la miopia non indietreggia.
  Infine, mentre leggo mi sorprendo in gesti odiosi: aggrottare la fronte e allungare le braccia oppure sollevare gli occhiali e accorciare le braccia. Odiosi, odiosissimi.

  Così corro trafelata dall'oculista e dall'ottico (inseparabili consiglieri di una vita intera) e pongo la fatidica domanda: "E ora che cosa faccio?"

  "Occhiali da vista con lente graduate?"
  "No, grazie. Soffro il mal di mare."
  "Lenti a contatto graduate?"
  "Per carità! Istigazione al doppio mento."
  "Lenti a contatto da miope e occhiali da presbite?"
  "Mi rifiuto. Sono giovane. Gli occhiali da presbite mai."
  "..."
  "..."
  "Ci sarebbe..."
  "Che cosa? Mi dica! Non mi tenga sulle spine!"
  "Ci sarebbe la visione monoculare."
  "Ah!"

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  E così è. Da un paio di settimane uso una lente a contatto per veder bene da lontano e una per veder bene da vicino. Uso l'occhio con la lente che corregge la presbiopia per vedere da vicino e l'occhio con la lente che corregge la miopia per vedere da lontano. Non so quale sia l'uno e quale l'altro: il segreto sta nel farlo con spontaneità, senza pensarci.

  Funziona? Forse sì. Son talmente abituata a veder spesso male (gli occhiali si sporcano-appannano-graffiano, le lenti si seccano-opacizzano) e poco benissimo, da non capire se funziona.
  Però m'è sparito il doppio mento, i gomiti son rilassati, la fronte liscia e le parole-mirmidoni indecifrabili.
  Quindi, sì, pare che funzioni.
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mercoledì 19 aprile 2017

Un canotto per Baldo

Caro Diario,
  il Baldo non è più lo stesso.
  Continua la sua opera di Aratore di Strade durante le passeggiate e di Raccoglitore di Coccole da mane a sera, però da qualche mese è cambiato.
  Ormai le sue attività domestiche principali si riassumono in due parole: pappa e nanna. Dorme sempre di più e mangia mangerebbe sempre di più, con un effetto devastante sul suo giaciglio.
  Perché ei è un canide fuori dalle righe, controcorrente, disdegna mode, regole e buon senso: in materia di nanna fa quel che gli pare.
  S'addorma perpendicolare al giaciglio, con sedere su e tutto il resto giù (o viceversa), abbatte le sponde, scivola sotto il termosifone e si brucia - ohibò - le terga, accusa dolori articolari e si lamenta del servizio scarso di questa pensione (leggi casa nostra).

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  Così non si può continuare. Decidiamo di porvi un rimedio e la nostra ricerca di un buon giaciglio ricomincia.
  Approdiamo alla soluzione con un canotto: un cuscino ovale contornato da un salsicciotto più spesso, tutto completamente sfoderabile e lavabile e peloresistente (grazie, o dei canini!). Nero di colore, rivestito di teli colorati provenienti da ogni dove.
  Pare sia gradito al canide: può sostenere il capo mentre medita, le spalle mentre rimira i biscotti, la schiena mentre si gode le coccole; può starvi disteso o acciambellato, con la coda lunga o arricciolata sotto il naso.
  Che sia la volta buona?

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mercoledì 12 aprile 2017

Sogni, desideri e bisogni: davvero chi si accontenta gode?

Caro Diario,
  ogni tanto mi pongo delle domande esistenziali.
  Per esempio: ma davvero chi si accontenta gode? Gioire delle piccole cose, è così salutare? A volte mi sembra un nobile pretesto per distogliere l'attenzione da ciò che davvero conta.

  Accontentarmi non mi piace. Accetto con coscienza quel che non posso cambiare e mi adatto al cambiamento per poter trarne il meglio. ma la mia attitudine è cercare qualcosa che è più avanti di me. Sono contenta e soddisfatta di ciò che ho e che sono e che faccio, ma ho da sempre dentro di me una spinta che mi pungola ad andare oltre. Non ne soffro, non vivo male, ma a volte mi affatica.

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  E poi, di che cosa ci si accontenta? Di sognare invece di fare? Di desiderare invece di avere? Di sentire il profumo d'arrosto invece di assaporarne il sapore succulento?
  Ho fatto un'indagine di mercato. Pare che la gente associ al verbo accontentarsi la felicità delle (solite) piccole cose, i sogni e i desideri.

  È bello godere di quel che si ha, si è e si fa - una sensazione molto appagante: Essere contenti delle proprie scelte è uno dei fondamenti della vita. Oltre ai desideri e ai sogni, però, ci sono anche i bisogni!

  Mumble, mumble.

  Dopo attente riflessioni, ecco la mia risposta: non sono i sogni o i desideri irrealizzati, ma i bisogni non soddisfatti a farmi dire "mi accontento".
  E tra i bisogni (quelli veri, tipo la salute) c'è anche crescere come persona: per me è un viaggio continuo e tortuoso, spiacevole e piacevole, doveroso sempre e sempre entusiasmante.

  Le cose belle che ci accadono e che abbiamo, come la persona che siamo e le azioni che compiamo, sono frutto delle nostre scelte: è giusto e doveroso come esseri viventi riconoscerne la bellezza e gioirne. Ed è altrettanto giusto e doveroso come esseri viventi accorgersi di poter migliorare, non arrendersi e non accontentarsi di quel che possiamo cambiare.
  Altrimenti, a che cosa serve vivere?

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